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Aprile, la tassa della verità

L’aumento dell’imposta di consumo all’8% mette alla prova tutte le decisioni economiche prese finora. E quelle non ancora prese

“I proiettili magici sono una cosa rara nell’ambito delle politiche pubbliche, ma in questo caso ce n’è uno disponibile: una legge che permetta di alzare sistematicamente la tassa di consumo dell’1% ogni anno, partendo dall’attuale 5%. Una tale legge dovrebbe lasciare indefinito il numero di anni consecutivi in cui l’aumento è previsto.” Queste le parole che Jesper Koll, economista e managing director di JP Morgan, utilizzava a inizio 2011 nel suo saggio breve “votati alla prosperità” per indicare al Giappone una via d’uscita dalla stagnazione e dal progressivo restringimento della base fiscale per le riforme strutturali.

Tre anni dopo e con qualche adattamento, la proposta di Koll sembra essere stata messa in campo: è imminente l’aumento della tassa di consumo di tre punti percentuali, mentre si discute ancora dell’applicazione di un secondo aumento, fino al 10%, nel corso del prossimo anno. Lungi dall’essere vista da tutti come benvenuta, la milestone di aprile è guardata con apprensione non solo dai consumatori, ma anche dagli stessi proponenti.

Che cosa c’è in gioco? Da un lato vi è naturalmente l’incertezza per la reale entità del gettito fiscale che l’aumento dovrebbe creare. La speranza, condivisa anche da analisi del Fondo Monetario Internazionale (Cfr. “Raising the Consumption Tax in Japan: Why, When, How?”, 16 giugno 2011) è quella di risanare il debito pubblico aumentando il PIL del 10% nel corso di dieci anni. Tuttavia, gli analisti sono incerti sul reale impatto della tassa sui livelli di domanda: se tutti sono d’accordo sul fatto che nel trimestre aprile-giugno i consumi si ridurranno, un prolungamento di questo trend nel corso dei mesi successivi potrebbe incidere molto negativamente sull’ammontare complessivo del gettito.

Anche per questo motivo, nei piani del governo Abe gli effetti dell’aumento della tassa di consumo dovrebbero essere contenuti dall’effetto delle manovre monetarie già intraprese (la “prima freccia”) e dalle riforme per la crescita dell’economia (la “terza freccia”). Tuttavia gli indicatori macroeconomici a ridosso di aprile sono incerti.

Da un lato, la stima di crescita del PIL è stata rivista al ribasso per due trimestri consecutivi, e anche per il secondo trimestre 2014 la previsione è stata abbassata dallo 0,5% allo 0,3%.

Per quanto riguarda l’indice dei prezzi, esso è finora in linea con le attese della Banca del Giappone, ma è il livello dei salari che preoccupa. Ancora al di sotto degli anni precedenti alla crisi economica mondiale, nonostante la volontà del governo di aumentarli e l’appoggio di alcuni grandi gruppi industriali come Toyota e Hitachi, in media gli stipendi non mostrano che una tiepidissima crescita (attorno allo 0,1%), insufficiente a bilanciare l’aumento dei prezzi attuale. A controbilanciare l’inerzia delle aziende a conformarsi – del resto legittimamente – alle richieste del governo potrebbe però essere l’attuale numero dei posti di lavoro vacanti, mai così alto dal 2006 e che, sotto certe assunzioni, potrebbe spingere verso l’alto i salari. Se tuttavia la nuova tassazione deprimerà la crescita oltre un certo limite, l’incentivo delle imprese di proporre salari più competitivi potrebbe svanire.

Si tratta, in conclusione, di capire quale sarà l’indicatore macroeconomico che prima degli altri si imporrà e determinerà i livelli di confidenza dell’economia. Sulla base di questo, il governo potrà decidere di prendere ulteriori passi in direzione della crescita o viceversa di chiudersi in difesa. Una partita ancora apertissima.

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