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Marchio di Ospitalità Italiana

Women in Business

7 marzo 2014.

La sala, pochi minuti prima dell’incontro, è già affollata. Le relatrici si confondono con il pubblico e salutano tutti con una cordialità che contraddistinguerà anche il tono dei loro interventi. Decisamente preponderante la presenza femminile (Davide Fantoni, Segretario Generale, si chiederà e chiederà al pubblico in modo non troppo ironico “chissà come mai vengono solo donne ad ascoltare le donne”).

Alla Camera di Commercio Italiana in Giappone (ICCJ) si comincia a parlare di donne e mondo del lavoro in Giappone, un Paese che presenta ancora molti ostacoli.

Apre i lavori Marta Marmiroli, manager presso la Mitsubishi Electric Corporation, raccontando gli inizi della sua carriera. «Ho cercato lavoro in varie compagnie giapponesi, preferendo alla fine la Mitsubishi Electric perché dai colloqui mi pareva la più aperta come mentalità. I primi anni sono stati abbastanza difficili, perché avevo difficoltà a comunicare. Inoltre, mi venivano offerti solo contratti temporanei, nonostante la mole di lavoro non fosse minore rispetto a quella dei miei colleghi. Dopo 10 anni sono riuscita ad avere un contratto regolare, anni che ho passato cercando di creare una rete di conoscenze e di mostrare cosa ero in grado di fare. In ultima istanza, fare capire alla compagnia che non ero diversa da un giapponese.»

Nonostante questa difficoltà di comunicazione, non solo a livello linguistico, Marta ora è soddisfatta del rapporto con i suoi collaboratori: «Ora lavoro con un team di 15 persone di diverse età. Non ho figli, quindi considero il mio team un po’ come se lo fossero. Credo che alla gente piaccia lavorare con me, capiscono che ho un modo diverso di trattarli. Di solito non c’è molta comunicazione con il proprio superiore, nelle aziende giapponesi, ma credo che il mio caso sia diverso.»

Quindi, nonostante le difficoltà, non arrendersi e portare avanti questo dialogo: «Credo che lavorare in team con persone di diverse età arricchisca la comunicazione e la trasmissione della propria esperienza. Per questo ho sempre cercato di non fermarmi solamente alla realtà aziendale: nel 2009 ho cominciato a insegnare all’università Waseda e tuttora tengo una lezione a settimana a una classe di circa 25 studenti. È sempre meglio capire com’è il mondo anche al di fuori dell’azienda.»

Proprio a questo desiderio di comunicare si aggancia Tiziana Alamprese, marketing director presso Fiat Chrysler: «Sono arrivata in Giappone nel 1986 da studentessa. Frequentavo la facoltà di giapponese dell’università di Napoli. La parola d’ordine, nei primi anni che ero qui, era kokusaika, internazionalizzazione. C’era molta curiosità nei confronti dell’estero, ogni giorno mi invitavano a parlare da qualche parte, che fosse una scuola o il circolo delle casalinghe, e questo mi ha permesso di conoscere molte persone.»

Arriva anche per lei il momento di difficoltà, e Tiziana ricorda come non sia solo il Giappone ad avere problemi con le donne lavoratrici: «Quando sono tornata, nel 2005, molte cose erano cambiate nella mia vita. Avevo cominciato a lavorare nel settore automobilistico, che credo sia uno dei più sessisti al mondo: la strada per essere prese sul serio e rispettate, da donne, è lunga e non priva di ostacoli. Sono tornata in Giappone di sicuro con più pelo sullo stomaco rispetto a quando ero una studentessa entusiasta di scoprire una nuova cultura, ma non per questo priva di ottimismo.»

E introduce il tema chiave del suo intervento: «Il primo passo è “amare”, quindi la prima cosa che ho fatto tornando qui è stata creare amore attorno al nostro brand.»

Il racconto successivo conferma come la parola non sia solo una strategia di marketing: «In Giappone il mercato automobilistico è al 95% domestico, è terribile, nessun altro Paese al mondo ha queste cifre. Vendere macchine italiane significa parlare e vendere l’Italia, perché i giapponesi amano l’Italia. Devi riuscire a comunicare la personalità del brand, e a volte non è facile. Io però non voglio adeguarmi a un certo standard, voglio presentarmi come diversa, voglio mantenere la mia libertà e questa è una cosa che tutti dovrebbero fare.»

Vita personale e vita lavorativa si incrociano: «In questo, ho molto da imparare da mia figlia. Il suo modo di vedere il mondo mi insegna molte cose, a partire da cosa percepiscono le nuove generazioni, cosa vedono e cosa vogliono. Credo che riuscire a instaurare questo dialogo, questa relazione, sia una cosa tipicamente femminile. Siamo più brave quando si tratta di avere a che fare con la gente, sappiamo comunicare meglio e possiamo insegnare come esprimere i propri sentimenti,» conclude Tiziana.

«Voglio che i miei colleghi e la gente che mi incontra capiscano che sono la persona più felice del mondo. Voglio essere io a cambiare la mia azienda, non che sia la mia azienda a cambiare me, e vi assicuro che è un duro lavoro. Aggiungo che uomini, donne… non è questo il punto principale. Ci sono molte sfumature tra l’uomo e la donna, molte unicità. Per questo sostengo attivamente le campagne della comunità LGBT, perché penso che la loro interazione con la comunità ci regalerà uno spirito ancora più creativo, diverso quindi più ricco.

«Dobbiamo prenderci cura di noi stessi, e questa è la cosa più importante. Se lo facciamo la gente lo capisce, che siano uomini, donne, persone molto conservatrici… lo capiscono anche nel settore automobilistico,» assicura.

E suggerisce di nuovo: «Mettere amore nel vostro lavoro, cercate di essere contenti e siate sempre voi stessi.»

Prende la parola Rita Giuliana Mannella Giorgi: « La mia esperienza è abbastanza diversa: ho cominciato la mia carriera come diplomatica e adesso qui faccio soprattutto la moglie. Ho cominciato la mia carriera diplomatica in India. Era il Paese dove sognavo di andare, e nonostante tutto sul volo ho avuto un momento di smarrimento: ero consapevole dei miei doveri, ma allo stesso tempo impaurita per la responsabilità. Ora è assieme curioso e difficile cambiare la prospettiva sulla mia vita: da diplomatico devi prendere le tue responsabilità, se qualcosa va male o c’è qualche problema la colpa ricade su di te. Essere una moglie è completamente diverso. Anche psicologicamente, tu sei la moglie dell’Ambasciatore. Devi fare i conti con una nuova umiltà, devi accettare di fare un passo indietro, ed è un cambiamento radicale.»

Da diplomatica, poi, offre al pubblico una prospettiva diversa dello stare in Giappone: «Essere un diplomatico significa non essere mai del tutto separati dal proprio Paese di origine, ma allo stesso tempo avere la possibilità di imparare molto dal Paese che ci ospita. Quello che possiamo fare è trasferirci pensando “appartengo a questo Paese, voglio fare parte di questo Paese, non sono solo una turista alla ricerca dei tratti più pittoreschi.” Hai la possibilità di capire il luogo dove ti trovi. Per questo ho deciso di imparare il giapponese e di immergermi in ambienti diversi, per esempio ho cominciato a studiare naginata in una palestra locale di Tokyo, dove sono l’unica straniera (e forse qualcuno si chiede che ci faccio lì), perché ogni volta che cambio Paese voglio imparare il più possibile dall’esperienza. Conosco anche persone che non hanno questo approccio e si comportano come se non si fossero mai spostati dalla terra d’origine, ma credo perdano una grande possibilità di arricchirsi. Certo, devi accettare a volte di sentirti inadeguato, ma è parte integrante della sfida. Imparando l’umiltà si scoprono molte cose.»

Tre interventi con al centro non il problema della donna in sé, ma quello di riuscire a comunicare con i colleghi e le persone che ci stanno attorno, come riassume molto bene Joy Fajardo, presidentessa di FEW For Empowering Women, a cui viene chiesto un commento sugli interventi: « Più che una questioni di uomini e donne si tratta di convincere la gente a comunicare. Per questo abbiamo bisogno di tante esperienze diverse, per capire meglio: io non posso entrare nella tua testa, ho bisogno che sia tu a raccontare. Va bene, ne possiamo parlare, e stai tranquillo perché siamo tutti un po’ smarriti in questo mondo.»

E più donne nel mondo del lavoro significa anche un ambiente più aperto a certe tematiche, primo fra tutti lo spinoso problema del rapporto tra lavoro e maternità. «Non dovremmo nemmeno associare i due argomenti,» protesta Joy, «essere madre non è un inconveniente.»

Tiziana parla di due mamme che fanno parte del suo team, e della difficoltà con i figli soprattutto per la mancanza di strutture in Giappone (dove solo l’1% delle compagnie ha il nido aziendale). «Questa mamma non riusciva a trovare un asilo nido per il figlio, quindi ci siamo accordate per altri tre mesi di congedo e per una parte di lavoro da casa. Io vengo incontro, ma altri manager? Sono sicura che per molti sarebbe solo un fastidio.»

«Il problema del Giappone è che non ci sono le strutture, e cercare una babysitter è visto come una vergogna sociale. Le donne giapponesi dovrebbero imparare a non vergognarsi e chiedere che la situazione migliori,» aggiunge Marta.

Ma lo sguardo sul futuro è positivo. «Nella mia azienda non vedo il fenomeno delle shokuba no hana, ragazze assunte solo per “arredare” l’ufficio,» risponde Marta a una domanda del pubblico. Anche il numero delle donne che vogliono studiare e poi proseguire nel lavoro, anche dopo sposate, è in aumento. «Per esempio,» aggiunge sempre Marta, «nel master dove insegno ora ci sono molte più studentesse.»

«Le giovani donne sono la ricchezza di questo Paese. Se dopo il matrimonio stanno a casa, stanno privando la società di una risorsa preziosa. Spero che un po’ alla volta la situazione cambi,» aggiunge Tiziana come augurio finale.

 

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